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Autolesionismo e tentati suicidi. 17 minori ricoverati al Meyer in un weekend.

2 ore fa
Tempo di lettura: 2 min

Diciassette minorenni ricoverati in un solo weekend al Meyer di Firenze per situazioni legate ad autolesionismo, pensieri suicidari e tentativi di suicidio.


Diciassette.


Quando ho letto questa notizia, prima ancora di cercare spiegazioni, mi sono fatto una domanda:


cosa sta succedendo ai nostri ragazzi?


Lavorando da anni a stretto contatto con adolescenti e famiglie, ho imparato una cosa importante: il comportamento di un ragazzo è spesso la parte visibile di qualcosa che non riusciamo ancora a vedere.


Un ragazzo diventa aggressivo.

Un altro smette di andare a scuola.

Uno si chiude per ore nella propria camera.

Un altro sembra non avere più interesse per niente.


E noi adulti cerchiamo immediatamente una spiegazione.


“È l’adolescenza.”

“È sempre attaccato al telefono.”

“Non ha voglia di fare niente.”

“Alla sua età io non ero così.”


Ma forse, qualche volta, dovremmo fare una cosa molto più semplice:


fermarci e chiedere: “Come stai davvero?”


E soprattutto essere pronti ad ascoltare la risposta.


Non basta esserci fisicamente


Oggi i ragazzi sono continuamente connessi e, paradossalmente, possono sentirsi terribilmente soli.


Vivono dentro un mondo velocissimo, fatto di confronto continuo, aspettative, giudizi, social network, bisogno di approvazione e paura di non essere abbastanza.


Questo non significa che i social siano la causa di ogni disagio adolescenziale. Sarebbe una spiegazione troppo facile.


Significa però che il mondo nel quale stanno crescendo è diverso da quello nel quale siamo cresciuti noi.


E non possiamo pretendere di comprenderli utilizzando soltanto le nostre categorie.


A volte un ragazzo non ha bisogno che qualcuno gli spieghi immediatamente cosa deve fare.


Ha bisogno di sentire che davanti a lui c’è un adulto disposto ad ascoltare senza giudicare.


Prima del comportamento c’è una persona


Nel mio lavoro cerco sempre di ricordarmi una cosa:


prima del problema c’è il ragazzo.


Prima della rabbia c’è il ragazzo.

Prima dell’assenza a scuola c’è il ragazzo.

Prima della provocazione c’è il ragazzo.

Prima del silenzio c’è il ragazzo.


Questo non significa giustificare ogni comportamento.


Significa provare a comprenderne l’origine.


Perché dietro a un comportamento che ci mette in difficoltà potrebbe esserci una richiesta che quel ragazzo non riesce a esprimere diversamente.


Dobbiamo tornare ad ascoltare


Davanti a episodi di autolesionismo o a pensieri suicidari servono sempre professionisti e servizi competenti. Sono situazioni serie che non possono essere affrontate con frasi motivazionali o soluzioni improvvisate.


Ma c’è qualcosa che riguarda tutti noi adulti.


Genitori, insegnanti, educatori, allenatori, familiari.


Possiamo tornare a osservare.


Possiamo fare domande.


Possiamo accorgerci dei cambiamenti.


Possiamo costruire luoghi nei quali un adolescente senta di poter dire anche:


“Non sto bene.”


senza avere paura di deludere qualcuno.


Perché forse la domanda non è soltanto:


“Perché i ragazzi non ci parlano?”


La domanda che dovremmo avere il coraggio di farci è un’altra:


quando provano a parlarci, noi sappiamo davvero ascoltarli?

 
 
 

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